Quell’AVATAR
del mio cane

a cura di Luca Spennacchio

Il cane nel futuro prossimo(?)

In questo articolo vorrei proporre una serie di riflessioni sul futuro prossimo del rapporto uomo-cane nella società occidentale.
Per svariati motivi mi sono trovato a riflettere sulla direzione che la nostra società ha imboccato negli ultimi vent’anni, sui suoi repentini cambiamenti e su quale riflesso questi hanno avuto e avranno sul rapporto con gli altri animali, soprattutto con quello che ci sta più vicino da migliaia di anni.
Negli ultimi vent’anni ci sono stati parecchi rovesciamenti e cambi di prospettiva anche nel mondo della cinofilia, anche se alle volte mi sorprendo a pensare che

le cose non cambiano mai!

quando mi confronto con alcuni fatti spiacevoli, come per esempio L’ALTO TASSO DI ABBANDONI DI CANI, che ancora, dopo trent’anni dall’uscita della legge quadro 281/91, fanno sì che i canili siano pieni zeppi di cani.

Le cose cambiano, e in quest’epoca cambiano con grande velocità, forse come non mai nella storia dell’umanità.

Una delle caratteristiche maggiormente utili all’uomo di questo secolo è certamente la flessibilità, la capacità di adattarsi rapidamente.
Basti pensare al mondo del lavoro, alla scuola, alla finanza. Insomma, al nostro modo di vivere.

Il cane negli ultimi tempi è passato dall’essere una sorta di macchina al servizio dell’uomo, il cui valore era definito soprattutto dalla sua funzione, ad essere considerato un membro vero e proprio della famiglia: è passato dalla catena in uno squallido cortile al confort del nostro divano.

Se penso a come era considerato dai miei nonni, al loro tempo, per loro il cane non aveva l’accesso alla casa, doveva star fuori, figuriamoci vederlo accoccolato nel nostro letto.

Oggi viene considerato un maltrattamento lasciare il cane in giardino da solo durante la maggior parte della giornata mentre noi siamo al lavoro, e a ragion veduta, aggiungerei.

Lo spostamento da un modo di vedere il cane all’altro non è cosa da poco, e se ci pensiamo è avvenuto nello spazio di pochi anni.

Non esisteva il concetto di

benessere animale

addirittura non si pensava nemmeno che le altre specie potessero provare emozioni, pensare, avere una loro identità soggettiva.

La faceva da padrona una visione cartesiana, dove gli animali erano macchine biologiche, complesse, sì, ma pur sempre macchine.
Ovvero “cose”, e in quanto tali avevano un valore solo e soltanto se di proprietà di qualcuno. Ora si parla di diritti degli animali, sappiamo molto bene che anche loro provano emozioni, hanno una vita soggettiva, hanno dei desideri, delle necessità che vanno molto al di là dei bisogni primari strettamente legati alla sopravvivenza del corpo. Hanno una mente complessa, e di questo è necessario tenere conto.

Ovviamente non sempre questi fatti assodati sono condivisi da tutti, ma certamente oggi, a livello sociale, maltrattare un cane non è più qualcosa che passa in secondo piano, c’è molta attenzione a queste tematiche e i comportamenti delle persone si sono modificati notevolmente.
L’etica, nel rapporto con gli animali, è cambiata un po’ alla volta, ma in un tempo tutto sommato breve.

Il cane ci segue da sempre, da prima che nascesse la “Storia” come la conosciamo.
Le grandi migrazioni della nostra specie sono sempre state accompagnate dal cane, nel bene e nel male.

Quello che mi chiedo ultimamente è se il cane potrà seguirci negli scenari prossimi futuri, non così remoti. E se non potrà seguirci, cosa gli accadrà? E a noi, senza di lui? Siamo mai stati senza il cane? Il tempo del cane con l’uomo, è forse giunto al termine?

Andiamo per gradi.

Da educatore cinofilo mi sono spesso trovato a considerare quali siano i problemi che le persone lamentano in merito al loro cane, non tanto sui problemi gravi, come per esempio quelli legati alle risposte aggressive, ma quelli che agli occhi di un educatore non dovrebbero essere nemmeno “problemi” per colui che decide di vivere con un cane.
E invece lo sono, e tra i più rognosi da sopportare per il proprietario.
Per esempio: il cane perde il pelo; il cane sbava; il cane scava buche nel terreno; il cane abbaia; il cane corre; il cane insegue questo e quello; il cane si lamenta quando è solo; il cane lecca l’urina e annusa il sedere agli altri cani, eccetera.

Verrebbe da chiedersi per quale motivo una persona decida di condividere, per circa quindici anni, la propria vita con una creatura che, nelle sue caratteristiche peculiari, ha proprio tutte queste cose, se poi si rivelano essere “problemi” da risolvere.

Comportamenti che, a suo modo di vedere, si meritano di essere puniti perché fonte di fastidio, di disgusto o di fatica. Non accettare queste cose significa, per lo più, non accettare il cane in quanto tale. Ma allora, mi viene da chiedermi, perché decidere di vivere con un cane se la maggior parte delle cose che fa sono poi un problema da risolvere?
La risposta a questa domanda è forse troppo complessa, e non intendo qui addentrarmi alla sua ricerca.
Il punto è che la tendenza sempre più evidente è quella di “de-canificare” il cane, togliendoli, via via, caratteristiche di specie al fine di plasmarlo sempre più sulle nostre esigenze.

Non è certo un processo nuovo, né tanto meno recente.

L’uomo fa questo un po’ con tutto.

Non si adatta, o lo fa solo fino ad un certo punto, preferisce che siano gli altri ad adattarsi a lui.

Modifichiamo geneticamente i cani dall’alba dei tempi gestendo la riproduzione degli individui, sopprimendo il superfluo o l’inadatto, in puro stile zootecnico.
Perché fermarsi proprio adesso? Perché rivedere queste pratiche ora, in un mondo dove la tecnologia medica, la genetica, le conoscenze ci consentirebbero di “produrre” cani con il pelo fluorescente, se volessimo?

(E non è affatto detto che non si faccia già da molti anni).

Possiamo aspirare ad avere cani che geneticamente non sbavano, non scavano buche, non inseguono le cose, non perdono il pelo e fanno bisognini profumati al mughetto, depositandoli educatamente in una lettiera auto-pulente.

Perché no? Ebbene, sono certo che lo faremo. Il futuro sarà probabilmente questo. Ma naturalmente ciò significa che quello che avremo accanto non sarà un cane.

Sarà un suo “Avatar”, magari anche biologico, se non meccanico o, addirittura etereo, virtuale. Sì, perché è proprio questa la nuova frontiera da colonizzare, oggi più che mai. La frontiera del «Metaverso», o dei «Metaversi».

PRESTO IL NOSTRO MONDO SARÀ PREVALENTEMENTE VIRTUALE.
Lì sarà dove lavoriamo, compriamo, incontriamo gli altri, giochiamo e ci scambiamo informazioni, apprendiamo e facciamo esperienze.

Presto non saremo più in grado di distinguere la realtà reale – perdonate il gioco di parole – da quella aumentata o virtuale, perché ci saremo nati in un mondo così.

Qualcuno disse che:
«La normalità è ciò che c’è nel mondo quando nasci», e se noi degli anni ’70 ci siamo adattati ad internet, agli smartphone, ai social-network, e arranchiamo ora di fronte alle criptovalute, all’alba dei nostri cinquant’anni, un bambino di oggi considera tutto ciò la normalità.
Lui non ha mai conosciuto un mondo senza queste cose. La pandemia ha solo dato un colpo sull’acceleratore per lo sviluppo e la commercializzazione di massa di tecnologie che ci consentano di lavorare e “incontrare” amici, colleghi e parenti, senza doverci muovere dal divano.

Agli inizi del 2020 pochissimi sapevano cosa fosse Zoom, Microsoft Teams, Google Meet, e via dicendo. In pochi mesi erano installati e usati da milioni di persone in tutto il mondo.

Via via escludiamo i nostri compagni canini dalla nostra quotidianità, affondando sempre più in una realtà che – per ora – non ha odore, non si può toccare, nella quale il nostro cane non ci può veramente seguire.
Ma a ben pensarci, la maggior parte di noi, già lo faceva. Se pensiamo che il lavoro occupa la stragrande maggioranza del nostro tempo e, a meno di particolarissime situazioni, il nostro cane non è con noi in quelle circostanze quotidiane.
Ecco che la realtà virtuale, il tele-lavoro, o smart work, potrebbe addirittura essere meglio, sotto certi aspetti, per quanto concerne il tempo passato stando vicini, a contatto.
Molte persone lo hanno osservato durante i lunghi mesi di clausura da Zona Rossa e Lockdown totale.

Hanno apprezzato la vicinanza del loro cane, e presumibilmente anche i loro cani hanno apprezzato la presenza dei loro compagni umani.
Certo, forse non sempre, ma diciamo che per la maggior parte le cose sono andate così.

Si è riscoperto il piacere di condividere la propria esistenza con un cane… almeno fino a che siamo stati costretti a farlo. Appena abbiamo potuto scegliere, beh… lasciamo stare.
Ora, se è indubbio che passeremo sempre più tempo immersi letteralmente in un mondo virtuale (basti pensare a quante ore al giorno stiamo già immersi in questo mondo fissando il “Black Mirror” del nostro smartphone) quali conseguenze ci potranno essere sul nostro modo di vivere, le nostre abitudini, il nostro rapporto con gli altri, con la nostra famiglia, e con i nostri cani?

Vedo due grosse ramificazioni: una che porta ad un distacco totale dal mondo fisico e l’altra, all’opposto, ad una rivalutazione del mondo fisico.

Solo in quest’ultima, il cane, inteso come tale, e non come icona o scimmiottamento di una specie animale, potrà esistere ancora.
Potrà essere riscoperto. Nella prima il cane diverrà sempre più deforme, lontano dall’essere vitale, fino al punto di non ritorno, che per certi versi è già stato oggi superato. Per poi divenire una proiezione virtuale modellata sui nostri desideri e aspettative, e non certo sulla creatività della natura.

Sarà quindi ancor di più un’immagine riflessa di noi, non un’entità altra con la quale confrontarsi, dalla quale apprendere e crescere come individui, ma che ci cullerà nella nostra bolla virtuale di confort.
Sempre più come eterni adolescenti assecondati nei nostri capricci saremo intolleranti al caldo, al freddo, alle zanzare, allo squallore delle città dormitorio, al sudore, al contatto fisico con l’altro, tutto ci sembrerà sporco e infetto, insomma, troveremo la realtà qualcosa di barbaro, inappropriato… fuori moda.

Come lo è adesso non essere assidui frequentatori, per esempio di TikTok, Instagram e via dicendo.
Ma le cose stanno in modo molto diverso quando penso alla seconda opzione, la quale non nega affatto i cambiamenti tecnologici, non pensa ad un mondo stile anni ’70.
Anzi, tiene in considerazione l’avvento dei “Metaversi”, che è praticamente inevitabile, ed è proprio da questi che parte per la rivalutazione del mondo reale.

Forse la mia vuole essere una visione a tutti i costi ottimistica, nonostante quello che accade intorno a me.

Ma vediamo come potrebbero andare le cose nella seconda ramificazione.
Mi rifaccio al sentito delle persone durante la “prigionia” che ci costringeva alla virtualità dei rapporti. In breve tempo il desiderio di stare all’aperto a portato addirittura le persone alla riscoperta dei balconi, delle terrazze e dei davanzali

Ci siamo resi conto che, in fondo, QUELLO CHE AVEVAMO PRIMA, e che davamo per scontato, forse senza apprezzarlo a sufficienza, ERA DI FONDAMENTALE IMPORTANZA.

Passavano in secondo piano un sacco di cose che prima catturavano i nostri pensieri: il nuovo smartphone appena uscito, l’abito firmato, il nuovo gadget da sciorinare in ufficio ai colleghi, e via dicendo. Uscire.
Uscire aveva la priorità su tutte queste cose, che certo non avevano perso la loro importanza, ma per un po’ hanno abbandonato il trono nella nostra frenetica mente insoddisfatta.
Uscire a tutti i costi sfruttando ogni possibilità.
E qui, non a caso, entrarono in gioco proprio i cani.
Nel mio quartiere, che fortunatamente è in una piccola cittadina di campagna, ho visto persone che non avevo mai incontrato accompagnare il cane a fare una passeggiata. Ho visto cani che non venivano mai portati a spasso uscire tre o quattro volte al giorno con persone differenti della famiglia.

Ho anche visto, ahimè, famiglie adottare un cane proprio all’inizio della pandemia, alla ricerca di uno svago che li aiutasse a passare meglio questo periodo, per poi abbandonarlo appena si pensava di essere tornati alla “normalità”.

Il punto è che l’uomo non può essere recluso Nemmeno quando pensa di farlo su propria volontà.

Anche in quel caso va incontro ad effetti negativi, presto o tardi, sia fisici che psicologici.

Quindi, sull’onda di questo pensiero, ritengo possibile che un Multiverso pervasivo, nel quale saremo immersi nella nostra totalità, avrà come effetto il bisogno di interazione con il mondo reale.

Un bisogno non dettato dallo sfruttamento in senso stretto, un bisogno di bellezza, di quella bellezza che si traduce in emozioni, in fascino, in senso di appartenenza, che solo la natura ci sa dare.
Cose che oggi abbiamo a disposizione, ma proprio per questo messe in secondo piano, domani diverranno un bene prezioso da preservare.
Se prima era un problema, un fastidio dover portare il cane a spasso, domani diverrà un privilegio.

Quindi, non cercheremo di portare i cani nel mondo virtuale con noi, ma ci ancoreremo a loro per restare in contatto con la realtà.

Loro saranno lì, accanto a noi, mentre ci agiteremo immersi nei nostri fantasmi virtuali, gesticolando nel vuoto come in preda ad allucinazioni.

Lui attenderà il nostro ritorno,
paziente come sempre, per
accompagnarci nel mondo e, ancora
una volta, ESSERCI DA GUIDA.

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